Col caro lettore ci siamo lasciati con una domanda a metà strada tra il faceto e l’inquisitorio; chi vuol essere consulente?
Il motivo dell’interrogativo risiede nell’aver pesato accuratamente i pro e i contro che il vostro scrittore ha elencato, e che, senza avere la pretesa di avere descritto tutto, fanno parte del contorno di vita che caratterizza la vita di questa figura professionale. Come detto è un contorno fatto di flessibilità, di spostamenti ed anche di una discreta dose di pionierismo. La soluzione a tanti problemi quotidiani spesso risiede nell’ingegnarsi con un telefono o una tariffa particolare, con una macchina mai vista che consuma meno, con valigie multiuso, computer e programmi scaricati ad hoc o fatti su misura..
Tutto questo è lasciato all’inventiva che nasce dal bisogno specifico, e spesso viene condiviso da altri nomadi colleghi che sperimentano le stesse difficoltà. Altro discorso è invece da farsi per quello che riguarda la gestione vera e propria dei progetti di consulenza, con tutte le incognite e peculiarità che ogni singola azienda presenta. Un progetto di formazione presuppone la preparazione di materiale, più o meno consolidato, e quindi può basarsi su una linea guida sufficiente ad affrontare una mezza giornata o due di confronto in aula; il confronto con il pubblico deve anche in questo caso basarsi su alcune esperienze pratiche, ma è sufficientemente limitato all’abilità linguistica e descrittiva del nostro consulente e nella sua dote di persuasione su argomenti e domande specifiche. Altra questione è il confronto sul campo con esperienze, e radicalità…, decennali decennali, dove le parole hanno ben poco effetto se non supportate da riprove pratiche anche molto immediate. Nella valigetta del consulente operativo, nel suo pc e nella sua testa, devono esistere una serie di strumenti operativi che lo aiutano nella gestione quotidiana; essi vengono da una formazione di base, da alcune linee guida, ma anche e soprattutto da una vasta, si spera, esperienza sul campo e dalla capacità di tradurre un principio in realtà pratica. Lean Production è una dicitura che da tempo viene usata ed abusata in campo logistico e produttivo; al di là delle definizioni, che spesso assumono le più disparate forme, snellire, dimagrire, è sicuramente positivo, sempre che si abbia ben presente che sotto un certo peso forma non solo è inutile andare ma può essere anche pericoloso. I guru del settore inorridiranno a queste parole, ma chi vi scrive tenta di intravedere un nesso basilare tra le necessità progettuali ed un sano buon senso, spesso sacrificato a vantaggio dell’aderenza teorica, con rischio concreto di perdere di vista le reali finalità del progetto, che sono anche quelle di fare il bene dell’azienda secondo le sue necessità specifiche. Nessuna deroga o debolezza, la fermezza nella gestione del cambiamento è requisito fondamentale, lo testimoniano per chi vi scrive nomi di clienti medio piccoli ma anche molto grandi, dove i passi canonici e la prassi operativa rappresentano una guida sicura.
Mi soffermo su aspetti pratici di gestione, che non sempre sono scritti sui manuali, ma che nascono dall’intuizione personale, dal confronto col collega, da un adattamento specifico: nascono da principi base ma non sono codificati. La gestione di una linea di produzione, la ristrutturazione di un magazzino ne sono colmi, ogni singolo aspetto di riorganizzazione si basa su “trucchi” pratici che snelliscono i flussi di lavoro. In molti casi tali espedienti sono molto apprezzati dall’imprenditore, che vede realizzarsi sotto i suoi occhi un cambiamento drastico, ma con ingredienti già presenti in azienda (materiali, strumenti o attrezzature..) solamente riadattati e risistemati, con un discreto risparmio di denaro. Gli esempi da citare sarebbero molteplici e tutti degni di menzione, valga su tutti un caso di un’azienda friulana dove, al momento di valutare come asservire di materiale la linea produttiva si è pensato invece di comprare carrelli ad hoc, di assemblare contenitori metallici con ruote specifiche con termoformati per il materiale da riporre, il tutto opportunamente sabbiato e riverniciato, con un risparmio netto di circa il 50% sulla spesa complessiva. Al di là dell’incidenza economica, l’accento è da porsi sull’affidabilità confermata del consulente, e quindi nel rafforzamento del legame imprenditore-consulente laddove la vendita di un progetto di ristrutturazione, pur basandosi su elementi oggettivi, è anche fortemente “emozionale”, dovendo suggerire una visione a tendere che andrà a realizzarsi solamente in seguito. Come se fosse un progetto sovrastruttura, che ad ombrello abbraccia tutti gli altri, chi vi scrive sta portando avanti, in maniera personale e quindi purtroppo svincolato dall’imperativo della fatturazione, una raccolta di esperienze, casi aziendali e soprattutto classificazione di strumenti da poter in qualche modo usare secondo richieste specifiche e condividere coi colleghi.
Ma questo sarà argomento di una puntata successiva alla quale rimando il lettore, con un saluto “snellente”..
Ultima modifica Giovedì 20 Gennaio 2011 22:14