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Consulenti... brutta razza

Fatturare, fatturare, fatturare…

Un imperativo per una categoria di persone impietosamente legate ad obiettivi preimpostati, a giornate “impacchettate” e a spostamenti calcolati al millimetro. Il consulente direzionale, specializzato in produzione e logistica, nel panorama lavorativo del Belpaese è figura relativamente nuova, che si colloca trasversalmente tra il tipico manager ed il classico “operativo”, il faticatore di fiducia. Ma perché chiamare un consulente?

  Un bisogno primario è spesso quello di avere una figura esterna alla quale delegare il compito di dettare tempi e modi di cambiamenti dolorosi e necessari, dei quali non tutti vogliono sempre farsi carico, schivati abilmente dai più; un elemento per il quale “spendi” ma che è anche “spendibile”, cui addossare oneri ed onori di strategie nuove. Ma tu, imprenditore, a cosa vai incontro scegliendo tale percorso? Il consulente ragiona con terminologie proprie, imposta il lavoro secondo schemi collaudati, gestisce le emergenze con metodi standard… la sfida è quella di far capire agli interlocutori non solo i passi da intraprendere, ma anche il suo linguaggio. Per capirlo un buon inglese non guasta, in tanti casi il nostro ne farà un uso indiscriminato, palesando difficoltà a tradurre espressioni anglosassoni, ma in realtà volendo solo fare sfoggio di cultura… e si sa che spesso chi si loda s’imbroda! Ecco quindi nascere neologismi come il “manufactoring”, un recupero crediti manuale?, oppure “schedulare”, c’entra una schedina?, che in tante occasioni sono momento ludico oppure tragiche avvisaglie di bocciatura per l’incauto inventore. Gli va riconosciuto un metodo, una capacità di prendere uno scatolone dove non si sa quanta e quale roba ci sia dentro, e di riempirne un altro incasellando ed ottimizzando spazi e attività. Questo si può svolgere in maniera pratica e diretta oppure attraverso percorsi tortuosi che i manuali, per la verità pochi, insegnano ma che nulla hanno a che vedere con l’imprescindibile capacità di adattare il tuo sapere alla realtà del luogo. Ed alle figure con le quali ci si deve confrontare. Tra il 70-80% delle imprese che trainano il PIL sono medio piccole, non casualmente collocate nella variegata molteplicità della provincia italiana del nord, dove la lingua parlata non solo dalle maestranze, ma spesso dal “paròn” stesso, è un dialetto verace che mal si affina con l’italiano “inglesizzato” di giovanotti in cravatta e pc. Non sono rari i casi di riunioni in reparto, dove il nostro “eroe” viene osservato a bocca aperta dai malcapitati, per uso indiscriminato di termini lontanissimi dal biellese, friulano, bresciano o vicentino, ma alieni anche per un discreto italiano standard. Ricordate “Amici Miei”? Sembra di rivivere quelle scenette del film di Monicelli nelle quali Tognazzi e la sua banda intontivano gli astanti con discorsi zeppi di parole inventate, provocando nel migliore dei casi sguardi sperduti, ma volte anche risposte dirette colme di ben più italiche espressioni, italiche in quanto bandite in Vaticano da scomunica. C’è da capire: perché devo proporre ad una tuta blu un action plan, dove la deadline è frozen ed il warning deve essere schedulato in maniera rolling? Ne va della credibilità di una categoria, che tra l’altro a livello di settore non è tutelata né da un albo né da un’associazione. Stiamo parlando di figure quali manager di età matura, con precedenti esperienze in azienda, che decidono di non voler più vivere sotto un unico padrone, ma di voler far propria quella flessibilità che la crisi ha accentuato in maniera tragica; ma anche, casi ben più rari, di giovanotti tra i 25 ed i 45 anni che, magari senza fede al dito, scelgono di fare della propria macchina una seconda casa. Vivono con piacere ed anche distaccato approccio il mondo degli hotel, dei ristoranti d’albergo o delle trattorie sperdute, dei raccordi autostradali che non farai mai più in futuro, delle ricevute da conservare, delle lavanderie che chiudono troppo presto o delle banche che “perché cavolo non tengono aperto anche il sabato pomeriggio?” Il lato estremamente positivo è il seguente; ostentazione o dovere, raramente qualcosa li spaventa, c’è sempre una soluzione su internet, fare 40 km per andare a cena o a trovare gli amici diventa uno scherzo, una valigia si prepara da soli e ci si abitua a vivere con un discreto margine di incertezza. Che di questi tempi, ma temo anche in futuro, ci accompagnerà non poco. Lato negativo? Vietato a casa gestire le provviste a kanban, pena crisi nervose di mogli e compagne, in stile Magda e Furio di Verdoniana memoria, guai a fare un tabellone ai figli per spiegare l’importanza della programmazione studi, fa la 5° elementare deve far i compiti con le matite colorate.. Qualcosa torna decisamente utile sulla gestione dei conti di casa, ma attenzione a non esagerare, altrimenti fuori a cena con gli amici si rischia di intavolare interminabili e noiose discussioni con un cameriere albanese sulla gestione dell’ordine delle pizze. Se non si è creata troppa confusione, ma ci saranno approfondimenti alla prossima puntata, la domanda ora è d’obbligo.. Chi vuol essere….consulente?
Ultima modifica Giovedì 20 Gennaio 2011 22:14
stefano franceschelli

stefano franceschelli

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