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- Scritto da massimo mastrangelo
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L'adozione di un sistema ERP nella piccola e media impresa
Approcciare un argomento sui sistemi gestionali con una citazione di Metastasio; la sfida è ardua, ma ci si può riuscire.. “E’ la fede degli amanti, come l’Araba Fenice, che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa..” E’ un bel riempirsi la bocca, nella piccola e media impresa italiana, di piani di transizione verso i sistemi ERP, di potenziamento del controllo di gestione, di reingegnerizzazione di processi e di business blue printing.
In realtà, questo amore per l’evoluzione contabile dichiarato a parole da molti titolari di piccole e medie imprese ricorda proprio “la fede degli amanti” di cui parla Metastasio: è come l’Araba Fenice, “che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa..” Per esperienza diretta chi scrive può testimoniare che i seminari promossi dalle associazioni imprenditoriali di categoria sull’implementazione dei sistemi ERP non sono certo teatro di calche bibliche per l’accaparramento dell’ultima seggiola da parte dei piccoli e medi imprenditori, i quali tuttavia accorrono a frotte quando l’oggetto del convegno è costituito da finanziamenti pubblici, possibilmente a fondo perduto. Dopo Metastasio, sarebbe dunque appropriato citare il Dalai Lama: “Io non comprendo gli uomini occidentali; prima perdono la salute per fare i soldi, poi perdono tutti i soldi per recuperare la salute..”.
La realtà della piccola e media impresa italiana non è lontana dalla visione della massima guida del buddismo tibetano: i nostri piccoli e medi imprenditori tralasciano di fare il proprio lavoro inseguendo per dodici ore al giorno finanziamenti che poi andranno bruciati per rimettere in sesto l’impresa che si è ammalata a causa della prolungata deconcentrazione dal lavoro dell’imprenditore stesso. Ma allora perché quest’attrazione solo dichiarata, solo verbale e non sostanziale per i sistemi ERP? Per ottenere finanziamenti è necessario esporre piani di investimento credibili e congrui, in grado di proiettare effettivamente l’azienda verso un futuro credibile, ed ecco il coniglio uscire dal cilindro in documenti e dichiarazioni volti ad incamerare danaro fresco, che se anche dovesse un giorno effettivamente essere accreditato sui conti aziendali, difficilmente verrà impiegato per una reale installazione ERP. La ragione di tutto questo va ricercata in un complesso di fattori che ancora oggi si affastellano nella mente dei nostri imprenditori, e che non giocano certo a favore di un’effettiva evoluzione del tessuto produttivo medio-piccolo nel nostro Paese. Sotto quest’ottica, le sfumature delle posizioni nel contesto dell’infinito cosmorama di personaggi che affollano le nostre assemblee di artigiani e piccoli industriali sono innumerevoli: da chi – ancora oggi, Anno Domini 2010 – considera ogni forma di controllo di gestione all’interno della propria impresa una semplice perdita di tempo e di denaro (dal momento che lui, suo padre e suo nonno hanno sempre gestito tutto da soli, o al massimo con l’ausilio di un impiegato amministrativo), fino a giungere all’estremo di coloro che non intendono adottare alcun sistema di controllo di gestione al fine di non perdere autorità sul benché minimo processo in atto nel loro perimetro aziendale. In questo humus di base la cruda realtà, ancora attuale, è rappresentata dal fallimento di una percentuale considerevole dei tentativi di implementazione ERP nelle PMI; fenomenologia che – per comodità e cattiva coscienza di chi “non ci ha provato fino in fondo” – viene nella maggior parte dei casi addebitata ad una presunta scarsa qualità delle soluzioni che il mercato degli applicativi mette a disposizione delle imprese di piccole dimensioni. Se dovessimo compiere sul mercato una ricognizione sulle ragioni ultime del fallimento di molte installazioni nelle PMI, invece, ci troveremmo di fronte ad un calvario di decisioni incongrue e del tutto inconsapevoli prese proprio dal protagonista degli investimenti: l’imprenditore. Progetti affidati a persone “di fiducia” interne all’azienda, degnissime – per carità – ma che prima del kick-off non erano mai entrate in contatto con un prodotto ERP; tagli sconsiderati a componenti fondamentali del budget, come le consulenze e gli aggiornamenti di sistema; abbandono a metà installazione perché la scarsa convinzione della dirigenza aziendale è stata definitivamente demolita dalla resistenza dei lavoratori anziani, che non vogliono “disturbi” e sgradite novità nella loro operatività quotidiana.. L’installazione di un sistema ERP anche in una piccola o media azienda, infatti, comporta la necessaria stesura di una nuova geografia operativa, tutta quanta incentrata sulla convenienza del cliente finale; risultato, quest’ultimo, che è possibile conseguire solo dopo un accurato e completo ciclo di Business Process Reengineering. Il Business Process Reengineering, a sua volta, comporta l’azzeramento di ogni assunto intoccabile interno all’azienda, sul chi deve fare cosa e come deve farlo, antichi potentati crollano, situazioni calcificate dall’orgoglioso e decennale arroccamento degli individui che le presidiano vengono spazzate via in pochissimi giorni; un BPR può essere un momento di eccezionale liberazione per una parte delle risorse aziendali, e nel contempo di gravissima sofferenza psicologica per un’altra parte di esse. Per poter governare adeguatamente questa tempesta di reazioni di segno opposto è necessario adottare un altro tra gli strumenti che l’evoluzione degli studi degli ultimi trent’anni ci ha messo a disposizione: il “Change Management”, che con le sue tecniche in quotidiano affinamento ci consente di governare la reazione dei singoli al cambiamento, e di incanalare l’energia che esso genera tutta quanta verso il polo positivo, e nell’interesse di tutti.
Nel contesto di questo breve articolo non potevamo che introdurre con una panoramica “a volo d’uccello” i tre momenti fondamentali della transizione verso l’impresa del futuro: Business Process Reengineering à Change Management à Enterprise Resource Planning. Sulle nostre pagine, in futuro analizzeremo a fondo queste argomentazioni con l’intento di aiutare gli operatori economici, nonché le sfere dirigenziali delle loro aziende, a riflettere nella direzione giusta e a cogliere dentro se stessi la giusta decisione. L’alternativa a tutto questo, vale a dire lo status quo, la stasi, l’immobilità, porterà – sic et simpliciter – nell’arco non più lungo di un decennio, gran parte della PMI italiana a divenire di proprietà di investitori esteri; perché? Oggi il 90% del profitto delle PMI deriva dalle commesse della grande industria; la grande industria ormai comunica all’esterno e al proprio interno quasi esclusivamente attraverso gli input e gli output dei sistemi ERP; anche ai piccolissimi partners (immaginate uno studio di 10 graphic artists che lavori per qualche grande casa automobilistica) è richiesto di inviare e ricevere dati attraverso ERP, tanto che il mercato ERP ha studiato apposite soluzioni web-based per sollevare queste piccole entità dall’onere di eccessivi investimenti. Chi non parlerà contabilmente la stessa lingua della grande industria verrà progressivamente emarginato dai grandi progetti, ai quali non potrà partecipare neanche in veste di terzista, e così – un bel giorno – arriveranno Herr Schulz dalla Germania, Monsieur Delange dalla Francia, Mr Barthleby dall’Inghilterra oppure (udite udite!) il signor Li Huo Fa dalla Cina, e – per quattro soldini – rileveranno l’eccellente produzione italiana, la equipaggeranno di tutto punto laddove gli imprenditori italiani non sono stati capaci di farlo, e si proporranno come terzisti alla grande industria. Poco male per i lavoratori che conserveranno il loro posto.. ma per molti, molti piccoli e medi imprenditori italiani – a quel punto si apriranno le porte di una lunga e riflessiva vacanza forzata..
Pertanto, come recitava un vecchio spot commissionato da quella volpe di Bill Gates: “tu, dove vuoi essere domani?”
Ultima modifica Giovedì 20 Gennaio 2011 22:15



